Come cambia la lingua italiana


Intervento di Luca Serianni per il Festival della Mente tenutosi a Sarzana nel 2009.

Molte parole che noi come parlanti percepiamo come capaci di compromettere la tenuta della lingua italiana sono termini che sopravvivono per poco tempo oppure sono neologismi creati con meccanismi di formazione consolidati: ad esempio, la parola attimino è presente anche nei Promessi Sposi e deriva dalla prassi consolidata di aggiungere il suffisso diminutivo ad un sostantivo (attimo).

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=3m43s:
    Soprattutto gli studenti, che sono dei parlanti acerbi, tendono a creare neologismi di questo genere; Serianni ne riporta alcuni esempi. Ciò non vuol dire che in qualche caso i neologismi non possano essere creati anche da chi la lingua la domina perfettamente, come i giornalisti.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=9m25s:
    Serianni ribadisce però che solo pochi di questi neologismi attecchiranno davvero nell’uso della lingua. Fa alcuni esempi di parole scomparse e/o adoperate solo in occasioni particolari.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=15m23s:
    Una caratteristica dei neologismi è il loro carattere spesso scherzoso, che si rinviene soprattutto in quelli di ambito giornalistico.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=21m00s:
    Oltre ai neologismi costituiti da parole del tutto nuove, ci sono anche i neologismi semantici, cioè neologismi relativi al significato: ne è un esempio controllo parentale, un’espressione formata da parole italiane che tuttavia è un anglicismo derivante da parental control. Esistono poi i casi in cui una parola nel corso del tempo può caricarsi di significati molto diversi, come chiavetta.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=27m14s:
    Qualunque parola a cui noi parlanti non siamo abituati ci sembra buffa; ciò avviene, secondo Serianni, perché siamo mossi da una spinta inerziale, che ci porta a restare ancorati a quello che conosciamo.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=33m00s:
    Serianni affronta la questione relativa a quali neologismi, tra i tanti che si affacciano sulla lingua, siano meritevoli di essere inseriti nei dizionari italiani. Ne riporta alcuni esempi e sottolinea come le parole vengano inserite nei dizionari con grande cura, dopo averne monitorato l’uso tra i parlanti per qualche anno ed essersi assicurati che effettivamente abbiano attecchito.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=37m27s:
    Un’altra questione è quella riguardante l’apporto dei dialetti nell’arricchimento della lingua comune. Serianni ritiene che esso sia limitato. A entrare nell’uso quotidiano sono soprattutto parole relative all’ambito della cucina, e solo pochi altri termini dialettali si impongono in egual modo sulla lingua: un esempio è inciucio (parola napoletana).

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=40m25s:
    Esistono anche parole inventate, che nascono come parole italiane ma senza fondarsi sui meccanismi di formazione canonici: un esempio è sarchiapone. Parole di questo tipo si trovano nella produzione del poeta Fosco Maraini, che ha creato un nuovo modo di fare poesia chiamato “metasemantica”; si tratta però di neologismi virtuali che non possono affermarsi.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=46m44s:
    Altri neologismi d’autore si trovano nel linguaggio giornalistico: si può citare come esempio la giornalista Terragni, che in “iO Donna” ha introdotto parole come gossipparo o letteronza.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=50m24s:
    Sono poi da prendere in considerazione anche quelle parole settoriali che entrano nel dizionario dell’uso, ossia parole non nuove in assoluto ma nuove per i parlanti medi: ad esempio, parole importanti che fanno parte del lessico scientifico e che conoscono solo gli esperti del settore possono entrare nella lingua comune attraverso la divulgazione.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=55m14s:
    Le parole sono il misuratore più evidente dell’evoluzione linguistica, ma anche il più superficiale. Ciò che modifica strutturalmente la lingua ha un decorso estremamente lento; ne è un esempio il mancato utilizzo del tempo futuro per indicare un’azione prossima, come in “domani parto” in luogo di “domani partirò”: qui l’informazione fondamentale (la proiezione della frase nel futuro) è già garantita dall’avverbio e per questo si fa a meno del tempo futuro nel verbo.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=YbUEKehv-OqG4EBE&t=58m03s:
    Nel caso appena affrontato è cambiato il valore del tempo verbale, ma esso rimane nella struttura profonda della lingua; la stessa cosa sta avvenendo anche per il congiuntivo, le cui trasformazioni iniziano sin dall’epoca di Dante e proseguono anche con Manzoni.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=-i0eEy5jxwPmbz24&t=3635:
    È indubbio, quindi, che le lingue si trasformino, ma lo fanno a una velocità estremamente lenta, con l’eccezione del lessico che, invece, cambia più rapidamente. Sono tante le parole che finiscono per scomparire perché il loro referente cade in disuso: ne è un esempio floppy disk.

  • https://youtu.be/IxhMlOZMOEU?si=UJQXhN5VILJbfc94&t=3834:
    In quest’ultima parte del video gli spettatori fanno domande a Serianni, che ritorna sulla questione dei tempi verbali. Il passato remoto non è un tempo che sta scomparendo, sta solo vedendo progressivamente limitate le sue situazioni d’uso: esso rimane nella comunicazione scritta, come tempo mitico usato nelle favole e nella comunicazione orale del meridione.
    Un’altra questione affrontata è quella relativa all’espressione piuttosto che: essa è corretta se va a indicare una sostituzione, mentre il suo uso diventa ambiguo e scorretto se si intende darle il valore di indifferenza tra due possibilità. La frase “a cena bevo vino piuttosto che birra” dovrebbe significare “a cena bevo vino anziché bere birra” e non “a cena bevo indifferentemente vino o birra”.