Biblioteca
In questa sezione vengono illustrati alcuni volumi che possono rivelarsi strumenti fondamentali per uno studente universitario, soprattutto di materie umanistiche, e che pertanto non dovrebbero mancare nella sua biblioteca personale.
Non si può che iniziare con un grande classico, Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco (scheda curata da Stefania Russo, con aggiornamento a cura di Sabina Ghirardi).
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Brevi cenni sull’autore: filosofo, saggista, scrittore, intellettuale, Umberto Eco è stato una delle personalità che più hanno segnato la storia della linguistica e della produzione letteraria dei nostri tempi. Professore di semiotica all’Università di Bologna, è stato insignito di numerose onorificenze (è del 1996 la nomina a Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana). Membro del Gruppo 63, il successo dei suoi romanzi è universale: dal Nome della rosa (1980) al Pendolo di Foucault (1988), dall'Isola del giorno prima (1994) a Baudolino (2000). Fondatore della casa editrice «La nave di Teseo», dopo la sua morte (2016), è stato da essa ripubblicato con le opere postume Sulle spalle dei giganti (2017) e Il fascismo eterno (2018).
Commento: Come si fa una tesi di laurea è un saggio che tratta minuziosamente il difficile processo della stesura di una tesi, affrontando pertanto le principali difficoltà della scrittura accademica. Utile per chiunque si avvicini all'ideazione e alla scrittura della tesi, il volume trova un’applicazione ancora più pertinente agli studi umanistici, per i quali l’autore offre spunti anche squisitamente pratici, illustrando dei veri e propri exempla che costituiscono le basi sulle quali poi svilupperà le proprie argomentazioni.
Pur trattando la materia in modo organico e completo, il saggio mantiene la piacevolezza formale tipica dei grandi autori, una perfezione stilistica che non disdegna il ricorso all’ironia e all’autoironia, in un susseguirsi di tattiche, dritte e veri e propri prontuari per affrontare la stesura, l’editing e perfino la stampa di una tesi di laurea.
A partire dalla definizione dell’argomento, per la quale l’autore suggerisce di restringere il più possibile il campo di ricerca, si passa alle riflessioni sul momento migliore per iniziare il lavoro, alla scelta del relatore (che non solo ha un suo peso, ma risulta essere determinante per il prosieguo del lavoro), alla ricerca del materiale (per simulare la quale l’autore si reca personalmente nella biblioteca della sua città e si spoglia di tutti gli strumenti conoscitivi di cui disporrebbe per calarsi nei panni di uno studente inesperto e con pochi mezzi), al problema delle fonti e del loro reperimento, alla consultazione dei cataloghi bibliotecari.
Per quello che riguarda le schedature, l’autore si dedica a una trattazione estensiva del metodo, con tanto di esempi pratici e di riproduzioni dei suoi stessi appunti da universitario; se da un lato alcuni passaggi risultano essere un po’ obsoleti (il testo è stato pubblicato per la prima volta nel 1977), la descrizione generale delle varie fasi della ricognizione bibliografica si rivela ancora molto attuale, suggerendo la realizzazione di due diversi schedari, uno di lettura (per la registrazione delle fonti effettivamente esaminate dal laureando), e uno bibliografico (dove confluiscono le registrazioni di tutta la bibliografia reperibile sull’argomento scelto).
Dopo un ampio excursus sulla citazione bibliografica (il vademecum che se ne deriva è preciso ed esaustivo e illustra al lettore quale tecnica, ordine e carattere usare per citare le fonti all’interno di un testo), l’autore tratta la fase della progettazione dell’indice che, se si vuole realizzare un programma di lavoro organizzato, va stilato subito, prima di mettersi a scrivere la tesi, per poi aggiustarlo e riformularlo mano a mano che la stesura procede.
Infine l’autore si dedica agli aspetti legati al processo meramente creativo della scrittura, fornendo consigli sulla necessità di definire propriamente ogni termine tecnico che viene citato, di preferire periodi brevi e di facile comprensione, di dividere il testo in capitoli e paragrafi, di sottoporre il lavoro al relatore o a un suo collaboratore per testare di volta in volta le reazioni che suscita nel lettore, di evitare un eccesso di interpunzione (soprattutto per quello che riguarda punti esclamativi, punti di domanda, puntini di sospensione).
Alla fine del volume compare un vero e proprio modello di stesura definitiva della tesi. Essendo esso battuto a macchina, molti degli aspetti che riguardano l’editing e l’impaginazione risultano obsoleti e vanno ripensati e riadattati all'uso della scrittura elettronica, che presuppone procedure più flessibili. Ciononostante il lavoro di Eco, approfondito ed esauriente, resta un punto di riferimento fondamentale per tutti gli studenti che si apprestino a scrivere la propria tesi di laurea, o per coloro che semplicemente desiderino imparare a scrivere in modo corretto e scientificamente ineccepibile.
Proseguiamo con la scheda descrittiva degli Esercizi di Stile di Raymond Queneau (sempre a cura di Stefania Russo, con aggiornamento di Sabina Ghirardi).
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Brevi cenni sull’autore: Raymond Queneau è uno scrittore francese, nato a Le Havre nel 1903 e morto a Parigi nel 1976. Innovatore linguistico, si laurea in Filosofia alla Sorbona. Dopo un periodo surrealista (dal 1924 al 1929), diventa collaboratore di riviste letterarie di primo piano, come Nouvelle Revue Française e Les temps modernes. Dal 1954 dirige l'Encyclopédie de la Pléiade per le edizioni Gallimard. Tra le sue opere ricordiamo Zazie dans le métro (1959), Les fleurs bleues (tradotto per il mercato italiano da Italo Calvino nel 1967), Le vol d'Icare (1968).
Commento: Gli Esercizi di stile – pubblicati nella prima edizione da Gallimard nel 1947 – constano di novantanove variazioni del resoconto di un unico fatto banale – un uomo che, su un autobus, si sente importunato da un altro passeggero e che successivamente incontra un amico con il quale imbastisce una conversazione modaiola – che l’autore declina apparentemente senza un progetto ben definito. Le quasi cento reinterpretazioni stilistiche, infatti, non rispondono ad alcun tipo di ordine, né alfabetico né tematico: gli Esercizi vengono proposti al lettore come una cascata di virtuosismi dei quali l’autore non fornisce particolari strumenti interpretativi all’infuori dei titoli che attribuisce loro di volta in volta e che, tuttavia, rischiano di risultare oscuri ai più (sinchisi, epentesi, aferesi, parechesi). Volendo usare le parole di Eco, che ha tradotto magistralmente i novantanove Esercizi, si potrebbe dire che il lavoro di Queneau «è tutto un esercizio sulla retorica, anzi, una dimostrazione che la retorica sta un poco dappertutto».1 Dopo aver svolto i suoi esperimenti sulla base delle figure dell’elocutio, infatti, l’autore si dedica a quelle dell’inventio e della dispositio, per poi sondare il campo della narrazione, della composizione, della poetica, degli atti linguistici, della parodia, dando vita a un effetto comico che scaturisce dall’insieme dei paradossi, dalla varietà dei campioni proposti, dall’accumulo di nonsense. All’interno del ricco campionario di Esercizi si possono quindi trovare esemplari come Volgare, Maldestro, Reazionario, Ingiurioso, nei quali agli aspetti tecnici l’autore mischia un umorismo ostentato che proietta il lettore in una burla di irresistibile maestria. Per far meglio comprendere l’impianto logico alla base del lavoro di Queneau, si dà qui di seguito una dimostrazione di uno degli esercizi ‘possibili’ che l’autore ha posto in appendice alla sua opera senza però svilupparlo:
Arringa difensiva (proposta di svolgimento a cura di Stefania Russo)
Si prendano in considerazione le motivazioni del passeggero A che, nel suo consueto tragitto sulla linea S in qualità di pendolare verso il posto di lavoro, veniva spinto e urtato e molestato dai reiterati scossoni che il passeggero B infliggeva ripetutamente e senza pentimento alcuno alle estremità inferiori del mio assistito. Risulta chiaro, Vostro Onore, come il risentimento espresso dal qui presente nell’allontanarsi da una situazione di cotanto disagio sia assolutamente comprensibile e finanche opportuno. Con un tale e distruttivo malanimo il mio assistito si recava infine ad un incontro con un suo amico di vecchia data che, nonostante il mirabile tentativo di distrarlo attraverso ragionamenti modaioli, non è tuttavia riuscito a distoglierlo da cotanta giustificata frustrazione. Confido quindi in una sentenza equa, che punisca il passeggero B e assolva in pieno il mio assistito, in quanto vittima di un sistema valoriale che mortifica il garbo e le regole del vivere civile in favore di un egoismo e di una noncuranza dilaganti.
1 Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi, 2014, p. XI.
Ancora a cura di Stefania Russo (con revisione a cura di Sabina Ghirardi) la recensione di un'opera interessante, in cui autobiografia e passione per la lingua italiana si intrecciano inestricabilmente, fino a diventare l'una parte integrante dell'altra.
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Brevi cenni sull’autore: Nata nel 1967 a Londra da genitori bengalesi e cresciuta a Rhode Island (Stati Uniti), Jhumpa Lahiri − (propr. Nilanjana Sudeshna) − si laurea in Lettere al Barnard College di New York (1989), per poi specializzarsi e conseguire un dottorato di ricerca in Studi rinascimentali presso la Boston University. Vincitrice del premio Pulitzer e del PEN/Hemingway Award con la raccolta di racconti Interpreter of maladies (1999; trad. it. 2000), nel 2012 riceve la nomina di membro dell’American Academy of Arts and Letters e nel 2019 quella di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella. È autrice di diversi romanzi e racconti, fra i quali il romanzo Dove mi trovo (2018), il primo scritto in italiano, Il quaderno di Nerina (2021), la raccolta Racconti romani (2022).
Commento: In altre parole è un testo puramente autobiografico, un distillato di esperienze che l’autrice vive in prima persona e che traspone sulla pagina. Né romanzo né racconto, è il resoconto chiaro ed efficace di un innamoramento improvviso e a prima vista immotivato: quello dell’autrice per la lingua italiana. Figlia di genitori bengalesi trapiantati negli Stati Uniti, Lahiri visita per la prima volta Firenze e rimane così ammaliata dalla sua lingua da avvertire immediatamente l’impulso di impararla e di farla propria. I progetti di Lahiri però sono ambiziosi: non si accontenta, infatti, di acquisire una conoscenza basilare dell’italiano, sufficiente a imbastire brevi conversazioni, ma desidera impadronirsene in toto, arrivando a partorire l’idea di scrivere un libro interamente in italiano (In altre parole, appunto). Il testo diventa quindi la descrizione di un processo, a tratti difficile, a tratti all’apparenza impossibile, dell’acquisizione di una lingua straniera ma in qualche modo necessaria, refrattaria ma intrigante, attraverso una serie di tappe faticose e fondamentali: l’incontro con l’insegnante veneziana trasferitasi a Brooklyn, lo studio sui libri e sui dizionari, la pratica compulsiva, il trasferimento a Roma. E poi la scrittura incerta dei primi racconti in italiano, le sessioni estenuanti di revisione in compagnia del nuovo insegnante romano, fino alla stesura del suo primo testo in lingua, Lo scambio, che l’autrice riporta integralmente e che tratta metaforicamente le difficoltà che sta attraversando nel suo percorso da discente. Così l'autrice prova a spiegare la sua irrefrenabile attrazione per l’italiano: «Perché mi interessa […] questa nuova relazione con l’imperfezione? […] Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza più profonda di me stessa. L’imperfezione dà lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creatività. Stimola. Più mi sento imperfetta, più mi sento viva». In un percorso di affrancamento dalla solida dominanza dell’inglese che è necessario ma a volte doloroso, Lahiri riflette anche sulle sue origini, su un senso di appartenenza sempre manchevole (a proposito della sua infanzia bilingue dice: «Ero sospesa anziché radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi»), sulla condizione dei suoi genitori come immigrati in un paese straniero, sui pregiudizi che ancora oggi la lingua genera invece di abbattere.
Alla conclusione del volume – e del suo cammino verso l’acquisizione della lingua – Lahiri paragona il suo operato agli ultimi anni di lavoro di Henri Matisse, durante i quali l’artista smise di occuparsi di pittura per dedicarsi a una nuova tecnica a metà fra collage e mosaico (la vista deteriorata e la grave malattia che l’aveva costretto su una sedia a rotelle furono determinanti per giungere a questo cambio di prospettiva): è a questa prospettiva che Lahiri si avvicina, al bisogno di «cambiare strada e di esprimersi diversamente». «Il metodo di Matisse», dice Lahiri, «assomiglia un po’ a quello che faccio io. […] Cerco di rifondare, da uno scompiglio di elementi, qualcosa di coerente. Scrivere in una lingua diversa rappresenta un atto di smantellamento, un nuovo inizio».
Sempre a cura di Stefania Russo (con revisione a cura di Sabina Ghirardi) la recensione di un altro caposaldo della metaletteratura, Il mestiere di scrivere di Raymond Carver.
Titolo: Il mestiere di scrivere
Autore: Raymond Carver
Editore: Einaudi
Pagine: 146
Anno di pubblicazione: 1988

Prezzo di copertina: € 12,00
Brevi cenni sull’autore:
Nato a Clatskanie, Oregon, nel 1938, ben presto si trasferisce a Yakima, nello stato di Washington, dove trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza. Diventato padre alla giovanissima età di diciannove anni, intraprende i lavori più disparati (operaio in una segheria, fattorino in una farmacia) prima di approdare allo studio della scrittura e della letteratura presso il Chico State College, dove in seguito incontrerà il suo maestro e mentore, John Gardner, che più di chiunque altro influirà sulla sua attività di scrittore.
Nel 1977, dopo aver conosciuto Tess Gallagher, poetessa che in seguito sposerà in seconde nozze, la sua raccolta di racconti Vuoi star zitta, per favore? ottiene la nomination al National Book Award. Nel 1983, dopo la pubblicazione della raccolta Voi non sapete che cos'è l'amore. Racconti, poesie, saggi, allo scrittore viene assegnato il Mildred and Harold Strass Living dall'American Academy and Institute of Arts and Letters.
Nel 1986 viene eletto poeta dell’anno, insieme a Tess, dalla Modern Poetry Association di Chicago. Colpito da un cancro nel 1987, muore l’anno successivo nella sua casa di Port Angeles.
Commento:
Il mestiere di scrivere non è un semplice saggio – o, per meglio dire, una raccolta di saggi tratti a loro volta da altre raccolte – ma piuttosto una vera e propria panoramica sulla filosofia di scrittura (ma anche, si potrebbe dire, di vita) di un autore che, come ricorda Jay McInerey, suo allievo al corso di Scrittura creativa della Syracuse University, «non parlava, mormorava. [...] Non insisteva mai, raramente asseriva con forza, non sembrava tagliato per fare l’insegnante» (cfr. Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi, 2022, p. 117). E ancora: «Sono convinto fosse l’espressione della sua profonda umiltà e di un rispetto per il linguaggio così profondo da confinare con il sacro terrore, un riflesso della sua convinzione che le parole vadano maneggiate con molta, molta cautela. Come se sia quasi impossibile dire quel che si vuol dire. Come se sia addirittura pericoloso. A sentirlo parlare di scrittura […] si aveva l’impressione di uno scrittore che amava le parole dei maestri che gli avevano tramandato il linguaggio e che era un po’ preoccupato di non esser degno di raccogliere quello strumento. Questo rispetto per la lingua – un’umiltà ai limiti del terrore – si coglie in ogni frase della sua opera» (ivi, p. 118).
Ed è attraverso la precisione che Carver trova la risposta a questa esigenza di rispetto per la lingua. Nel saggio On writing, scritto fra il 1981 e il 1983 e pubblicato nella sua forma definitiva nel volume Fuochi, traccia una vera e propria esaltazione dell’accuratezza formale, della chiarezza del linguaggio, inseguita al punto da renderlo quasi piatto, purché in grado di mantenere la sua carica di significato. «I veri sperimentatori», scrive, «devono rendere tutto nuovo […]. Ma, a meno che non siano usciti di senno, devono anche voler rimanere in contatto con noi, devono portare a noi notizie dal loro mondo» (ivi, p. 8).
È attraverso il paziente insegnamento di John Gardner che Carver sembra coltivare questa capacità di osservare le cose da un punto di vista particolare. Non solo professore al Chico State College, presso il quale Raymond frequentava il corso di Scrittura creativa, ma vero e proprio mentore, Gardner è descritto come un convinto sostenitore della revisione continua del testo, da prolungare fino al momento in cui lo scrittore avesse avuto davanti a sé una vera e propria visione di quello che intendeva raccontare.
Dal suo professore Carver eredita questa ossessione per la cura redazionale. Nel saggio On «Rewriting» scrive: «Mi piace pasticciare con i miei racconti […]. La stesura iniziale mi sembra la parte difficile da superare per poi andare avanti e divertirmi con il racconto. La revisione per me non è un obbligo sgradito – anzi, è una cosa che mi piace fare. […] So solo che rivedere e correggere l’opera dopo averla scritta è una cosa che mi viene naturale e in cui provo un grande piacere. Può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento del racconto. Sento di dover continuamente tentare di scoprirlo. È un processo, non una posizione stabile» (ivi, pp. 49-50).
Un capitolo particolarmente interessante della sua raccolta di saggi è quello intitolato La stella polare, che racconta del momento in cui un giovanissimo Carver, a quel tempo assunto come fattorino in una farmacia, entra in contatto con la rivista Poetry, la prima a cui anni dopo – ben ventotto, per la precisione− lo scrittore invierà le sue prime poesie, che verranno immediatamente pubblicate. Arrivato a casa di un anziano signore per una consegna, il giovane Raymond nota una copia della rivista sul tavolino del salotto. Il signore, accorgendosi del fascino che la rivista esercita su di lui, lo invita a portarla con sé, nel caso in cui un giorno volesse anche lui scrivere qualcosa, per «sapere dove mandarla». È attraverso le pagine della rivista che Raymond entra in contatto con la poesia, con il modernismo letterario e con il contributo che ad esso aveva dato Ezra Pound, che ben presto diventerà per lui punto di riferimento e modello letterario. «Allora non ero che un ragazzotto ingenuo», scrive Carver nel saggio Some Prose on Poetry, «ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presentò davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora» (ivi, p. 42).
Il volume si chiude con la lettera, intitolata Rileggila, che un suo studente, Kenneth Inadomi, scrive a Tess Gallagher, la poetessa che Carver aveva sposato in seconde nozze e che, dopo la morte del marito, gli aveva dedicato un commovente omaggio nell’introduzione a New Path to the Waterfall, il libro di poesie che l’autore aveva concluso poche settimane prima di morire. Nella lettera Inadomi traccia ancora una volta il profilo di un docente tutto proiettato a supportare i suoi studenti. «Anche se sembrava il classico insegnate», scrive, «possedeva istintivamente delle caratteristiche particolari: era intenso, sensibile, curioso, paziente, incoraggiante – il tutto, per di più, tenuto insieme da un atteggiamento sommesso, modesto, un temperamento che in seguito mi sono reso conto coincideva perfettamente con quello dei maestri Zen. […] In classe con Ray uno studente si sentiva sempre apprezzato, valorizzato al punto di voler ritentare, magari fino a raggiungere la perfezione. E non è forse questo il massimo che si può chiedere a un insegnante – un sincero incoraggiamento per migliorarsi, per affinare i propri strumenti espressivi fino a raggiungere l’effetto desiderato?» (ivi, pp. 127-128).
La presentazione che segue è a cura di Antonio Mainolfi, con la revisione di Sabina Ghirardi.
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La Bustina di Minerva è una rubrica tenuta da Umberto Eco nell’ultima pagina del giornale "L’Espresso", a partire dal marzo del 1985.
"L’Espresso" è una rivista italiana fondata nel 1955 che si definisce come “settimanale di politica, cultura ed economia”. Le prime pubblicazioni della rivista vedono come direttore Arrigo Benedetti, fondatore delle testate "Oggi" e "L’Europeo", giornalista, scrittore nonché partigiano italiano.
Umberto Eco, ricordato principalmente per il celeberrimo romanzo Il nome della rosa, è stato anche grande appassionato e studioso della lingua, della scrittura e dei dialetti. L’attenzione a questi ultimi, in particolare, ha dato vita allo splendido trattato L’italiano di domani, nel quale Eco si pone l’obiettivo di difendere e incentivare la conservazione dialettale, di analizzare la lingua italiana come unico segno di italianità, esaminando il rapporto che intercorre tra la lingua e l’identità nazionale.
Proprio a fronte di tali studi, coerentemente con la narrazione di questo incredibile studioso della nostra contemporaneità, vengono di seguito riportate quelle che Eco definisce le quaranta regole per scrivere bene, delle quali l'autore scrive: «Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura».
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un'articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.
Aggiungerei inoltre: usa l’ironia, spesso è un ottimo strumento per rendere al meglio le proprie idee!!!
Commento
Le quaranta regole di Umberto Eco, da impartire ad ogni scrittore, sono brillanti, ironiche, fresche e, sopra ogni cosa, giuste. La vera potenza di queste ultime è che evidenziano l’errore proprio nel modo in cui sono scritte: se abbiamo quindi il contenuto della frase, ossia la regola, che ci impartisce tale lezione x, ecco che lo stile è proprio la mancata attenzione nei confronti di quella regola. Questa ironica e brillante “decisione stilistica” crea così un piano basato sull’esperienza dell’errore, nel quale non leggiamo soltanto la teoria di quanto detto, ma ne facciamo esperienza viva proprio nel momento in cui tale teoria viene formulata. Una delle più emblematiche, in tal senso, è la sesta regola: la regola delle parentesi. Eco sostiene, giustamente, che l’eccessivo uso di parentesi segmenti il discorso sfavorendone così la fluidità «Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.» Già ad una prima lettura è lampante quanto quello che Eco scrive sia vero. Un esercizio interessante, relativo a questa regola, è leggerla ad alta voce: risulterà evidente quanto le parentesi, se messe nel posto sbagliato, interferiscano con la fluidità del discorso e della lettura.
Abbiamo, poi, una serie di regole che sono legate alle figure retoriche o, più largamente, allo stile: nn. 1, 3, 7, 8, 10, 13, 16, (tra l’altro l’unica a favore di una figura retorica, rispetto alle altre che impongono cautela nell’utilizzarle) 18, 22, 33. Tra queste una particolare attenzione alla n. 10: «Le parole straniere non fanno affatto bon ton.». È importante, nell’ottica di un autore come Eco, sottolineare che l’uso della lingua straniera non è consono quando si scrive letteratura. Le posizioni a riguardo sono contrastanti e hanno generato, negli ultimi decenni, un vero e proprio dibattito culturale: in università prestigiose italiane, ad esempio la Bocconi, molti insegnamenti vengono offerti con la modalità CLIL, cioè interamente in lingua straniera. Sempre di più, nel lessico quotidiano, vengono integrati anglismi e parole in inglese a discapito della lingua italiana. Tutto questo porta ad un impoverimento della nostra tradizione linguistica che è stata difesa da personalità illustri nell’ambiente accademico, nonché da scrittori, giornalisti e critici. Si può ricordare, in particolare, il contributo che ha dato il Documento veneto rispetto a tali argomenti: soprattuto nel capitolo quarto, Degenerazione e forza dell’Inglese, vengono trattati approfonditamente tutti gli aspetti della vita e della nostra lingua che sono
costantemente influenzati dall’inglese.
Infine vi sono le regole che possiamo definire sulla struttura, ossia tutte quelle che riguardano l’utilizzo consono di congiuntivi, coordinate e subordinate, coerenza logica nel rapporto causa-effetto e punteggiatura. Ad esempio nella regola n. 37 Eco afferma: «Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.» Per la punteggiatura consiglia di non fare «indigestione di….» puntini di sospensione (n. 7), di non essere enfatico, bensì «di essere parco con gli esclamativi!» (n. 27), che «gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.»
In conclusione possiamo notare come le categorie alle quali Eco presta attenzione siano prevalentemente tre: una legata alle figure retoriche (spesso, a suo avviso utilizzate a eccessivamente o mal utilizzate), una legata allo stile in termini più generici (ad esempio non utilizzare anglismi, non andare troppo sovente a capo, non utilizzare arcaismi) e infine una legata alla struttura e alla punteggiatura (rispetto del rapporto di causa-effetto, non fare indigestione di punti di sospensione, non utilizzare male gli accenti e via discorrendo).
Stefania Russo, con revisione di Sabina Ghirardi, recensisce Un antidoto contro la solitudine − Interviste e conversazioni di David Foster Wallace.
Titolo: Un antidoto contro la solitudine − Interviste e conversazioni
Autore: David Foster Wallace. A cura di Stepehn J. Burn.
Editore: Minimum Fax
Pagine: 295
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo di copertina: € 16,00

Brevi cenni sull’autore:
Nato a Ithaca, New York, nel 1962, e morto a Claremont, California, nel 2008, dopo la laurea in Letteratura Inglese e Filosofia presso l’Amherst College, esordisce nel 1987 con La scopa del sistema, che gli vale un Whiting Award nella categoria Narrativa. Dopo l’uscita di La ragazza dai capelli strani, una raccolta di racconti considerata il suo manifesto poetico, la pubblicazione nel 1996 del suo secondo romanzo, Infinite Jest, una lunghissima opera sulla complessità della società contemporanea, lo fa rientrare di diritto fra gli scrittori più geniali del suo tempo. Dopo avere insegnato, per buona parte degli anni Novanta, presso l’Illinois State University, e dal 2002 al Pomona College come docente di scrittura creativa e letteratura inglese, nel 2008 avviene la tragica morte: la moglie Karen lo trova impiccato a una trave di casa.
Commento:
Nata come un insieme di interviste raccolte sui mezzi più disparati – periodici, radio, televisione – l'antologia di testi racchiusi in Un antidoto contro la solitudine ripercorre la vita dell’autore fin da giovanissimo, subito dopo il suo esordio con La scopa del sistema, concepita come tesi di laurea per il corso di scrittura creativa presso l’Università dell’Arizona e finita all’asta fra cinque case editrici, dalla quale Penguin esce vincitrice.
Dal volume emerge una personalità geniale, a tratti esuberante, che nessuno dei suoi intervistatori riesce a contenere.
Negli scambi iniziali si alternano riflessioni sul rapporto fra arte e letteratura e sul ruolo dei media nella sua diffusione, sulla distinzione fra narrativa “alta” e “commerciale”, sul rapporto forma/contenuto, sul senso estetico della scrittura, sul postmodernismo. Ammiratore e seguace di Keats, Schopenhauer, Joyce, Hemingway, Wallace parla così delle aspettative del pubblico rispetto all’opera letteraria:
«C’è un errore in cui cadono alcuni dei miei amici, cioè la vecchia idea secondo cui “Il pubblico è stupido” […]. Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo […]. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite […] che manipolano il lettore […]. Il progetto che vale la pena portare avanti invece è quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose» (pp. 113-4).
E in merito al rischio, nell’atto di trattare la cultura di massa all’interno della sua opera, di avere prodotto qualcosa di futile o poco originale, Wallace non esclude che possa essersi effettivamente verificato:
«Parlare di questo mondo qui comporta una serie di contraddizioni e una serie di rischi per uno scrittore, perché buona parte della cultura commerciale si basa su un certo tipo di arti, perlomeno su una specie di arte pop, e c’è il pericolo di esserne risucchiati, magari cercando di scrivere solo qualcosa di molto arguto e brillante, e pensando così di aver fatto il proprio lavoro. Cose di questo tipo io le ho sicuramente scritte, e solo in seguito ho capito con orrore di non aver fatto altro che ripetere pedissequamente le stesse cose che sento da quando ho quattro o cinque anni» (pp. 218-9).
Ma è alla fine della raccolta, dopo più di duecentocinquanta pagine di riflessioni e approfondimenti, che il lettore si imbatte in un’inaspettata inversione di rotta: un ultimo capitolo interamente dedicato alla tremenda depressione vissuta dall’autore e alla conseguente decisione di suicidarsi.
Curato da David Lipsky per Rolling Stone, il testo racconta i momenti più bui di uno scrittore dalle qualità straordinarie – promosso per tutte le superiori con il massimo dei voti, atleta di football e di tennis, plurilaureato, insignito di premi di massima importanza – che all’età di quarantasei anni, sopraffatto dall'angoscia, si toglie la vita impiccandosi a una trave di casa. Colpito dal primo esaurimento nervoso già durante gli anni del College, inizia a scrivere di depressione e dei suoi aspetti infernali proprio in uno dei racconti che pubblica sulla rivista letteraria di Amherst, e che, in seguito alla sua tragica fine, suona ancora più inquietante:
«Tu sei la malattia stessa […] Ti rendi conto di tutto questo […] quando guardi il buco nero e vedi che ha addosso la tua faccia. È allora che la Cosa Brutta ti divora completamente, o meglio, che tu stesso finisci per divorarti. È allora che ti ammazzi […]. Quando “ti suicidi”, stai semplicemente facendo ordine» (p. 268).
Mark Costello, scrittore e collega di studi di David ad Amherst, parla di un ragazzo totalmente smarrito. Dopo essere stato coinvolto nell’assurdo progetto di David di ricreare, ad alcuni anni di distanza dalla fine del loro corso di studi, le stesse circostanze vissute quando frequentavano il college (David aveva vinto una borsa di studio per un dottorato in filosofia ad Harvard), Mark visse alcuni anni insieme all’amico (avevano preso un appartamento insieme a Somerville, David frequentava Harvard mentre Mark faceva pratica in uno studio legale). Racconta di un ragazzo privo di obiettivi, che passava il suo tempo a bere e a ciondolare per Somerville, mentre le sue ansie irrisolte lo spingevano finalmente a rivolgersi a una psichiatra, a cui confessò di volersi togliere la vita. L’episodio mise in moto una macchina che coinvolse prima la polizia, poi l’università stessa, dalla quale dovette ritirarsi. Approdò alla clinica psichiatrica McLean, dove prima di lui avevano soggiornato altri illustri pazienti (Robert Lowell, Sylvia Plath, Anne Sexton), e dove gli proibirono di bere alcolici e gli prescrissero il Nardil, un farmaco che avrebbe dovuto prendere per il resto della sua vita.
Dopo un periodo apparentemente tranquillo, in cui strinse amicizia con Jonathan Franzen e si sposò con Karen Green, alcuni medici lo spinsero a interrompere l’assunzione del Nardil per sostituirlo con altri farmaci, che però non diedero il risultato sperato. Dopo un secondo ricovero in ospedale, durante il quale fu sottoposto a numerose sedute di terapia elettroconvulsiva e nuovamente trattato col Nardil, le condizioni di David non riuscirono a migliorare in quanto il farmaco non riusciva più a fare effetto.
La sera del 12 settembre del 2008, approfittando dell’assenza della moglie, rimasto solo con i suoi cani, David si impiccò a una trave di casa. Era morto un grande artista.
Un utile avviamento allo studio della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, a cura di Bianca Lucia Forni, scaricabile in pdf:
